ALPI APUANE, VERGOGNA NAZIONALE

di Franca Leverotti, fonte Salviamo il Paesaggio

Nato nel 1997 come Parco con al suo interno un cospicuo numero di bacini estrattivi, ambiguamente e scorrettamente definiti aree contigue di cava, l’area delle Alpi Apuane continua a subire, sotto il falso spettro del ricatto occupazionale (gli occupati diretti non raggiungono il migliaio), una escavazione devastante e selvaggia.

25-b-grotte-in-CarcaraiaQuest’opera di escavazione affetta le creste, inquina le acque di superficie e le grotte carsiche con la polvere di marmo (marmettola) che penetra nelle fratturazioni delle rocce (ben 2.000 grotte sono state accatastate finora),abbassa i passi di 70 metri (la Focolaccia , già 1650 m di altezza tra il monte Tambura e il monte Cavallo), in eclatante contrasto con l’art. 142 del Codice dei Beni culturali, e in palese violazione con il principio di precauzione e le leggi che tutelano le acque e i siti Natura 2000.

In un Parco dove sono presenti oltre 3.000 specie (con 20 endemismi) delle 5.595 viventi in Italia, l’abisso più profondo della nazione e una decina di abissi superiori a 1.000 metri, il complesso carsico più vasto della penisola (antro del Corchia, 53 km di gallerie esplorate) non meraviglia trovare una Zona di Protezione Speciale che copre l’88% della superficie del Parco e ben 18 Siti di Interesse Comunitario che le si sovrappongono.

Ebbene la normativa del Consiglio regionale emanata nel 1997 al momento della costituzione del Parco e che cercava di salvaguardare le vette e i crinali, il reticolo acquifero, le cavità carsiche, non è mai stata rispettata, come scrive nel 2010 il direttore del Parco: ” i contenuti dell’ordine del giorno del 24 luglio 1997 sono stati considerati in termini soltanto orientativi“.

E anche la rete di protezione Natura 2000 è stata tracciata in funzione degli interessi di pochi concessionari: “l’Ufficio di Direzione del Parco – scrive – era riuscito a scontornare, dall’area di protezione, i possibili sviluppi estrattivi, a quel tempo conosciuti e convenuti“. Non ci sono parole!

Così come non ci sono parole nelle ridicole prescrizioni della VIA e della Vinca che riguardano i piani estrattivi: oliare i macchinari per non disturbare gli uccelli, non usare mine nel periodo di riproduzione dell’aquila, avvisare il Parco in caso di intercettazione di cavità (mai successo, come mostrano le foto).

Da due anni, nonostante le cave in funzione (una settantina, la maggior parte delle quali impiega solo due, tre operai), il Parco è diventato Geoparco Unesco. Il Piano paesaggistico voluto da Anna Marson prevedeva la progressiva chiusura delle cave: dovevano cessare l’attività alla fine del piano estrattivo in corso e dopo i tre anni di ripristino ambientale. Abbiamo sperato che andassero a chiusura le cave più piccole, le cave di creste, quelle in corrispondenza con le sorgenti, quelle sopra i 1.200 m, nei circhi glaciali, nei boschi…

La “cattiva” politica, quella che fa gli interessi economici di pochi e permette la devastazione di un bene comune, ha deciso che tutto resterà come prima e anche peggio: anche nelle aree tutelate dal Codice si continuerà a scavare, ad ampliare e addirittura si potranno riaprire cave chiuse da 20 anni, semplicemente non ce ne saranno di nuove (alla grazia!).

In questa area di fragile e rara bellezza, in questo Parco, i SIC e le ZPS dovrebbero (scrivo dovrebbero, perché non glielo permetteremo) subire ancora scempio e violenza.

Aggiungiamo che nel 2003 una assurda normativa regionale, volta a favorire la produzione di detrito, convalidava e rendeva obbligatorio il rapporto scaglie-blocchi, ora che macchine potentissime tagliano il marmo con estrema precisione e senza scarto. Ogni tonnellata di marmo deve essere composta nel Parco da un 25% di marmo in blocchi e da un 75% di scaglie; nel bacino di Carrara la proporzione è ridotta a 20/80.

Non ci sono limiti all’escavazione e il business del carbonato ha fatto sì che in Garfagnana nel verde di una montagna boscata si aprisse, con i fondi europei, un frantoio per macinare i detriti e produrre pregiato e richiesto carbonato di calcio purissimo, e la Regione costruisse una linea ferroviaria che da Pieve San Lorenzo arriva allo stabilimento Kerakoll di Sassuolo: una scelta ecologica, senza dubbio, perché ha eliminato il trasporto con i camion (ma ancora oggi, all’interno del Parco, in Val Serenaia si consentono 100 passaggi di camion al giorno per alimentare il frantoio) , ma ” è civiltà ridurre i monti in farina?” come si chiede Alberto Grossi nel bellissimo filmato Aut/Out (vedi qui sotto).

Sabato un industriale di Carrara ha precisato al giornale Il Tirreno che si asportano 900.000 tonnellate in blocchi all’anno, ma se consideriamo le scaglie, le terre ecc. allora ogni anno si abbattono almeno 3.600.000 tonnellate di montagna. Una enormità. Perché?

Riprendiamo il filo della storia e ricordiamo quando (1994) una politica regionale diversa, più sensibile alle esigenze del pubblico, aveva stabilito che anche i Comuni di Massa e di Carrara dovessero adeguarsi nell’escavazione alla normativa della Regione Toscana. Massa usava e tuttora usa la legge estense del 1846! Nulla di rivoluzionario la nuova normativa: le cave dovevano essere concesse all’asta al miglior offerente, a tempo determinato (20 anni), gestite direttamente, e dovevano pagare una tassa (10%) proporzionale al valore del marmo estratto. Una legge troppo democratica per Berlusconi che la impugnò come anticostituzionale e anche perché “incide sui diritti immobiliari preesistenti, disciplinati con normativa speciale risalente alla legislazione preunitaria (1751 e 1846)”.

La sentenza della Corte Costituzionale 488/1995 riconfermava la normativa regionale, asserendo che gli agri marmiferi appartenevano al patrimonio indisponibile dei due Comuni, sottolineava “l’allarmante fenomeno (ignoto al legislatore estense) delle subconcessioni di fatto” e dava atto che la Regione Toscana era ben conscia “dell’enorme importanza economica dello sfruttamento degli agri marmiferi nelle Alpi Apuane e della loro rilevanza anche dal punto paesaggistico ambientale …. vincolando i nuovi regolamenti comunali (di Massa e di Carrara) al rispetto della normativa urbanistica, ambientale , paesaggistica , idrogeologica. E aggiungeva che i canoni irrisori chiesti dai due Comuni dovevano essere determinati in base alla caratteristiche dei beni, ma “ad un valore non inferiore a quello di mercato, fatti salvi gli scopi sociali. A questa regola i Comuni di Massa e Carrara devono fin d’ora uniformarsi, indipendentemente dall’entrata in vigore dei regolamenti più volte ricordati”.

Ebbene, in questo lembo della Toscana la legge ha cessato di essere osservata a partire da questa sentenza, sentenza mai fatta propria dal Comune di Massa (qui le cave sono in concessione perpetua, si possono vendere e lasciare in eredità, ci sono lucrose rendite parassitarie, si riscuote un canone annuale pari al reddito agrario moltiplicato per 0,024 euro e per ogni blocco di marmo denunciato alla pesa il Comune ricava 8,30 euro per marmo il cui valore oscilla da 100 a 4.000 euro la tonnellata).

Carrara si era data con l’amministrazione Fazzi Contigli un regolamento che ha progressivamente svuotato e reso non conforme alla sentenza sopracitata; le ultime amministrazioni si baloccano nell’ambiguità di alcune cave censite come “beni estimati” e, nonostante fin dal 1955 alcuni giuristi avessero confermato l’equivalenza con le altre cave, continuano a pagare esperti di diritto perchè producano uguali sentenze: ma nel frattempo ci si barcamena nel più completo e anti-economico disordine, denunciato dai cittadini alla Corte dei Conti.

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Non meraviglia che nel 1997 il Parco fosse stato costituito con le cave dentro e neppure che il piano estrattivo varato dal Parco nel 2003, che prevedeva la chiusura di 5/6 cave, fosse ancora una volta fermato dai Sindaci e non arrivasse mai in Regione per l’approvazione. Il 2003 d’altra parte è l’anno in cui la Regione determina la percentuale 20/80 e 25/75.

Nel 2006, ancora una legge regionale, stabilisce che il piano del Parco deve PRECEDERE il piano estrattivo del Parco, e lo scorso anno abbiamo dovuto fare le osservazioni alla VAS di un piano del parco, già approvato, che non contemplava le attività estrattive: infrangendo in questo modo le regole elementari della pianificazione.

In questo quadro di completa illegalità, non ci sono dati certi sugli occupati diretti, che i sindacati però indicano nel migliaio, e i concessionari propagandano in 12.000 addetti comprensivi dell’indotto. Esiste l’Inail, ma sembra che nessuno voglia realmente accertare il dato. E sappiamo anche che parecchi di questi operai godono nei mesi invernali della cassa integrazione, perché non si riesce a lavorare dove c’è la neve, la sola che protegge e da respiro alle nostre montagne martoriate.

Si fa una serrata, di soli due giorni, ma non si fa certamente per difendere i posti di lavoro degli addetti che potrebbero essere occupati diversamente, in un turismo che renda vivo il nostro Parco.

Sui giornali passano anche notizie delle poche ditte che gestiscono il marmo e che hanno utili netti da due milioni fino a sei milioni di euro, ma il numero di operai occupati è poco in linea con quei ricavi: si tratta di 30, 40 operai. Passa anche la notizia che la famiglia Bin Laden comprerà per 45 milioni 1/3 delle cave di Carrara e i venditori delle concessioni che ne beneficeranno sono solo tre famiglie. Questi dati e molti altri che si potrebbero portare (ancora da studiare e da approfondire) fanno capire perché la legge si è fermata alla disattesa sentenza della Corte Costituzionale del 1995, perché si violino i siti protetti, si distruggano le montagne, si inquinino le acque.

Segnaliamo ulteriori approfondimenti in merito:

La grande bruttezza

Un piano alternativo per le Alpi Apuane

Apuane, le ruspe cancellano i monti

Ancora sulla questione Apuane

Legambiente Pistoia. Puliamo il Mondo 2013 (Montagna Pistoiese e Ferrovia Porrettana)

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Anche quest’anno il circolo Legambiente di Pistoia aderisce a “Puliamo il mondo” la manifestazione internazionale di volontariato ambientale“ che si svolge in contemporanea in 120 paesi e ormai come tradizione dedica una giornata alla montagna pistoiese e alla Ferrovia Porrettana.
Torneremo a Piteccio venerdì 27 settembre dalle ore 9,00 alle ore 12,00 e assieme agli alunni delle scuole Elementare di Piteccio e ripuliremo le scarpate all’imbocco del “Sentiero dello scoiattolo” che collega il paese di Piteccio a quello di Castagno, dove già l’anno scorso rinvenimmo un enorme discarica abusiva.
Raggiungeremo il sito dopo una camminata con il Presidente della Pro Loco di Piteccio che farà da guida mostrandoci le opere di ingegneria idraulica e ferroviaria relative alla Porrettana.
Purtroppo a causa di inciviltà e ignoranza, lungo i bordi delle strade di montagna è sempre più facile rinvenire ogni tipo di rifiuto, dalle gomme di auto, agli elettrodomestici, ai sanitari, ai materiali di scarto dei lavori edili (mattoni piastrelle eccetera), spesso semisepolti e stratificati nel tempo.
Per un mondo più pulito e più giusto e per ridare dignità ai luoghi che amiamo, gli adulti si caleranno lungo i pendii e i ragazzi recupereranno e divideranno i materiali.Non è difficile prevedere che anche quest’anno troveremo di tutto, dagli oggetti di uso comune alle cose più sorprendenti.
L’ iniziativa è espressione di alcune tra le battaglie più importanti di Legambiente, che vanno dalla riduzione dei rifiuti a un aumento della raccolta differenziata, dalla riqualificazione delle aree urbane alla valorizzazione degli ambienti naturali e dei parchi e alla diffusione di una corretta informazione e un’adeguata educazione ambientale sin dalla prima infanzia.

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Articolo L’Espresso – Porrettana Abbandonata

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L’ESPRESSO 5/9/2013
Porrettana abbandonata
Una comunità viva dell’Appennino. Dove c’è lavoro e i giovani restano. Ma la
Regione taglia la storica ferrovia
DI ROBERTO DI CARO FOTO DI FRANCESCO COCCO

Pare di essere in un film dei fratelli Lumière. Camera fissa sui duecento
metri quadri della piazza centrale tra il bar, la posta e la chiesa del
Quattrocento: in rapida successione, in un intarsio d’ accenti fra il
toscano dei locali e l’inglese, francese, russo, tedesco dei villeggianti,
scorrono mamme che scendono a fare la spesa, ragazzini che giocano a palla,
bambine in bici, la signora del banchetto vintage. Intanto gli avventori
s’alternano ai tavoli di briscola, il furgoncino Ape della Pro Loco corre a
preparare la tombola, il complessino piazza le casse per le danze serali,
una squadra ciclistica sbuca dal viale e s’infila tra due case in una
stradina segnalata come senza uscita… Persino la grafia è incerta, su un
cartello leggi San Mommè e su quello accanto Sammommè metri 555 sul mare. Ma
questo borgo immerso nel verde sull’Appennino a cavallo tra Emilia e
Toscana, esattamente a mezzo della storica ferrovia Porrettana che collega
Pistoia a Porretta Terme è, come l’intero rosario di paesini snocciolati
lungo la linea tra le valli dell’Ombrone, della Brana e in Emilia del Reno,
un esemplare paradigma. Un microcosmo dove precipitano le assurdità di
un’Italia dalle mille risorse e possibilità di sviluppo che, per ignavia o
incompetenza o impotenza della politica e delle istituzioni, viene mandata
al macero con tagli inopinati. Impoverita di servizi essenziali, treno,
posta, bancomat, negozi. Ridotta alla sussistenza. A rischio cancellazione.
Non serve neppure una mente maligna: bastano gli automatismi burocratici, il
piccolo cabotaggio ragionieristico, qualche scelta strampalata degli enti
locali.
Tutto ruota attorno alla ferrovia. «Inaugurata nel 1864», ricostruisce lo
storico del luogo Andrea Ottanelli: «Questa linea è un capolavoro
d’ingegneria citato in ogni manuale, con le sue gallerie per l’epoca tra le
più lunghe d’Europa, i sette ponti ad arcate multiple distrutti nel ’44 dai
tedeschi in ritirata e ricostruiti in quattr’anni appena, più tutto ciò che
è nato intorno e grazie al treno: ferriere e cartiere, a inizio Novecento
una fabbrica di munizioni che dava lavoro a cinquemila persone, da metà anni
Venti il turismo». Qui passavano tutti i treni da Parigi a Firenze, ai
buffet oggi abbandonati delle sue stazioni desinavano i viaggiatori mentre
le locomotive si rifornivano d’acqua e carbone. A San Mommè dove un tempo
villeggiava Caterina de’ Medici con la sua corte arrivavano le ricche
fiorentine con ombrellino, dame e balie appresso, e più tardi pittori come
Annigoni e gli altri che hanno istoriato ogni casa della frazione Castagno,
e poeti, scrittori, musici, fino ai produttori del “Signore degli anelli”.
Un reperto, pregiato ma nulla più? Al contrario: «Questa è una linea
modernissima! », testimonia Manuele Magni, ferroviere: «Una decina d’anni fa
è stata completamente rinnovata, qui è stato sperimentato il sistema di
sicurezza poi applicato sull’alta velocità e oggi in uso su tutta la rete».
Quest’estate sono in corso lavori di miglioramento per oltre un milione e
mezzo di euro, soldi di Rete ferroviaria italiana.
A gestire il servizio locale, però, è la Regione Toscana. E lei, nel marzo
2011, fa cadere la mannaia. Senza discuterne con nessuno, alla faccia della
legge regionale sulla partecipazione dei cittadini, cancella metà dei treni,
12 sui 24 giornalieri. Spiegazione: i tagli dei trasferimenti statali, il
costo per passeggero, non c’è più un soldo, qualcosa bisogna sacrificare. Ma
chi sostituisce parte dei treni aboliti con autobus che su quelle strade
curve e strette ci mettono un’eternità e d’inverno quando nevica mollano gli
studenti a 4 chilometri da casa? La Copit, società partecipata al 70 per
cento dal Comune di Pistoia e altri 14 municipi. In crisi per circa un
milione e mezzo di euro. Che coi soldi prima destinati ai treni tira
momentaneamente il fiato: in barba alle ciance sulla mobilità sostenibile di
una sinistra che ai tempi neanche voleva le autostrade perché viva il ferro
abbasso la gomma. Quanto ai risparmi, «per far lavorare la Copit
s’inventarono persino un bus che partiva vuoto da Pistoia alle 4 e 20 di
notte e vuoto arrivava a Porretta. Una beffa, cancellata solo dopo le
proteste», racconta Samuele Pesce, Legambiente e Comitato La Porrettana
viva. Perché il rischio concreto è proprio che finiscano per smantellarla
del tutto. «La logica è sempre la stessa, si crea il disservizio, poi si
dice “vedete? Non serve, non rende”, e si chiude il servizio», chiosa Pesce.
Nel creare disservizi si scoprono maestri: ora, a lavori in corso, gli
autobus sostitutivi della Copit partono 5 minuti prima dell’arrivo del treno
“in coincidenza”, e arrivano 5 minuti dopo la partenza del treno
corrispondente, coi turisti bloccati da una a tre ore. Non sai se è un
capolavoro di malizia o una barzelletta.
Non stiamo parlando di paesini di montagna destinati all’estinzione alla
scomparsa dell’ultimo ottuagenario.Tutto all’opposto. Di esodo verso le
città non c’è traccia dagli anni Settanta, i giovani restano, le famiglie
fanno figli, il lavoro si trova o s’inventa, le iniziative brulicano, i
turisti scoprono il posto su Internet ma poi tornano. Sono borghi attivi e
vivacissimi. Da manuale di sociologia alla voce “comunità”, nel senso che
s’arrangiano da soli o quasi. «Ci siamo comprati un defibrillatore, abbiamo
rifatto il giardino e il parco giochi, teniamo pulite noi vie e piazze con
un piccolo contributo del Comune di Pistoia, tagliamo l’erba al campo di
calcio, presentiamo libri, abbiamo una piccola compagnia teatrale»,elenca
Lido Bargellini,che lavorava alla Breda di Pistoia e ora è presidente della
Pro Loco. Si sono forniti di teleriscaldamento: «Fondi europei, centrale a
biomasse coi residui della lavorazione del legno» ,spiega Riccardo
Chelucci,cui venne l’idea otto anni fa e che ha dato il terreno in comodato:
presidente Confindustria turismo di Pistoia e proprietario di uno dei due
alberghi di San Mommè, ha anche allestito un piccolo museo musicale, dal
gong di Puccini alla prima della Butterfly al piatto dei Rolling Stones
firmato da Mick Jagger.
È su questa comunità che cala la mannaia. Non è solo il treno. Cerchi un
bancomat: non c’è, per la Cassa di Risparmio due mesi l’anno di turismo non
meritano lo sforzo. Entri al mercatino di beneficenza e Fiorenza Pivari,
famiglia di casellanti durante la guerra e 17 anni alle poste quando il
“procaccia” ritirava ogni mattina il sacco al treno, ti racconta come
abbiano «prima ridotto l’apertura a tre giorni la settimana, poi solo il
mercoledì pomeriggio, così non ci si va più neppure a ritirare la pensione.
Finiranno per chiudere l’ufficio». Entri da Pane e dintorni, l’unico
alimentari di San Mommè, uno spettacolo di formaggio da latte crudo lavorato
nella paglia, e Mila Meoni la proprietaria ti spiega che il marchio Conad
gliel’hanno tolto «perché il negozio è troppo piccolo. Ho comprato un forno
per cuocere pane speciale e polli, me l’hanno fermato perché nel locale,
dell’Ottocento, mancano sette centimetri d’altezza. Basta, il 30 settembre
chiudo. Definitivamente».
Speranze di ribaltare il declino? Ci sarebbero. L’assessore dei tagli ai
treni ha lasciato dopo un anno e mezzo di proteste sui binari e nelle
piazze. Il nuovo, Vincenzo Ceccarelli, avanza timide ipotesi di ripristino
della Porrettana legate all’incremento del traffico. «Pensi che a Pistoia
c’è l’unica officina dove si restaurano i treni storici e un parco museo con
le locomotive d’antan e le mitiche carrozze “centoporte”», ricorda Ottanelli
lo storico, coprogettista del parco: «In Svizzera, Austria e Trentino, quei
treni li rimettono in funzione su linee storiche per la gioia dei turisti e
degli albergatori, e ci fanno un sacco di soldi. Perché qua no?».

Un estate di iniziative per far vivere la montagna e la Ferrovia Porrettana

Un paio di anni fa uscì un articolo su un quotidiano di Pistoia che definiva questa zona della Montagna Pistoiese attraversata dalla Ferrovia Porrettana “Il deserto dei Tartari”
E’ così che molti ci vedevano dall’esterno e probabilmente è questo che siamo stati per troppo tempo anche agli occhi delle istituzioni.
Eppure ieri mattina a Corbezzi, quasi cento persone e i rappresentanti di numerose associazioni, (le Pro Loco della zona, Fermodellisti, C.D.S.F.P , Legambiente Pistoia e Comitato Viva la Porrettana Viva) hanno affollato la piccola stazione e assistito all’evento Organizzato da Maurizio Panconesi, uno dei più illustri studiosi della Ferrovia Porrettana e dagli amici del gruppo Facebok “Salviamo la Porrettana”.
Panconesi ha raccontato le storie appassionanti ed eroiche di quelli che furono i ferrovieri al tempo dei treni a vapore, storie dal sapore antico, di dedizione, passione e orgoglio per un lavoro considerato una missione, un servizio da onorare per la nazione e per il prossimo. Effettivamente oggi la condizione della Montagna Pistoiese non è delle migliori; viviamo una crisi nella crisi, con una situazione drammatica di quel poco di tessuto economico ancora presente, la mancanza di opportunità per i giovani e i crescenti disagi per le fasce più deboli come gli anziani, che rappresentano la maggior parte degli abitanti. La minaccia più grande è il continuo taglio dei servizi, che innesca un circolo
vizioso con il calo della popolazione. L’ufficio postale per riscuotere la pensione e pagare le bollette, l’ambulatorio medico, una mobilità decente per andare a scuola e a lavoro, una piccola bottega dove comprare il pane, il giornale, dove incontrarsi, sono essenziali per la vita di questi luoghi. Senza questi servizi i paesi si spopolano, vengono abbandonati, lentamente muoiono. Eppure oggi si è visto che questo non è un deserto, è un territorio ricco di risorse ambientali, storiche, culturali e architettoniche. Le ferriere, le ghiacciaie, i musei, le chiese, la Linea Gotica, la Via Francigena, non ultima la Ferrovia Porrettana (in qualunque altro paese al mondo ne avrebbero fatto un vanto nazionale). Nondimeno la
Montagna Pistoiese ha una grande ricchezza di risorse umane, persone attive e intraprendenti, fortemente radicate a questi luoghi, che con dedizione e con passione attraverso le Pro loco e le associazioni cercano di mantenerli vivi e di preservare le tradizioni locali, o piccoli imprenditori come i Ciuti, gli storici gestori del bar di Corbezzi, che ancora resistono, nonostante le innumerevoli difficoltà. Persone in cui brucia ancora quella passione e quello spirito di servizio al prossimo proprio di quei ferrovieri di allora. Quell’articolo del 2010 aprì una pagina nera della nostra storia, fu preludio alla vicenda dei tagli alle corse dei treni, che tutti abbiamo sentito come una condanna a morte per la ferrovia e di conseguenza per questo territorio, ma quelle vicende negative, hanno scosso gli abitanti della montagna e tutti coloro che la amano. Per questo abbiamo visto mobilitarsi, pendolari, storici, appassionati, gente comune e numerose associazioni,
ponendo ciascuno l’accento sull’importanza del servizio per i pendolari, oppure evidenziando il valore della risorsa dal punto di vista storico, architettonico e culturale.Ciascuno con la propria sensibilità e la propria metodologia, ma tutti uniti nelle diverse iniziative, come questa di oggi e consapevoli che i due aspetti sono
entrambi essenziali e complementari per mantenere viva la linea.
Tutta questa mobilitazione e questa manifestazione di interesse e di vitalità hanno fatto sì che molte cose siano cambiate. Nonostante il servizio sia ancora palesemente inadeguato e mostri grossi limiti progettuali e alcuni nodi di disaccordo in merito alle corse di autobus, finalmente si riscontra un impegno serio da parte
della Provincia di Pistoia e dalla Regione Toscana perlomeno sul fronte della promozione turistica. Gli enti si sono resi promotori della manifestazione “Estate sulla Porrettana” che prevede il reinserimento di due corse di treno per 15 domeniche è la diffusione on line e tramite depliant cartacei, degli eventi che si svolgono nei vari paesi, che sarà certo utile a ridare un po di ossigeno all’economia della zona. Ma che soprattutto viene svolta in un clima di dialogo e collaborazione con le associazioni sul territorio e rappresenta
quindi quel fronte unico che è condizione indispensabile in vista della scadenza del contratto di servizio con Trenitalia nel 2014 che genera incertezza e di forte preoccupazione. Facciamo quindi appello a tutte le associazioni, alle imprese e ai cittadini della montagna ad unirsi in uno sforzo comune con la passione, le capacità e l’orgoglio che ci contraddistinguono, per avviare, una stagione di iniziative senza precedenti che possa, mostrare al mondo il valore delle nostre risorse, dei nostri prodotti tipici,
del nostro artigianato locale, della nostra cultura, della nostra ferrovia e dell’ambiente meraviglioso che gli incornicia. Così che vengano universalmente conosciute e apprezzate come meritano e così che nessuno ci veda più come un deserto dei Tartari, ma invece come un territorio vivo e vitale, una miniera d’oro da scoprire
e da valorizzare.
E facciamo appello a tutti i cittadini dell’area metropolitana a trascorrere qui vacanze e fine settimana per sostenerci in questa nostra voglia di rinascita e per sorprendersi nello scoprire che vicino casa ci sono luoghi che non hanno niente da invidiare alle più rinomate mete esotiche.

Samuele Pesce
Legambiente Pistoiacorb

Presentazione Piano Paesaggistico Regione Toscana

Il 30 Maggio alle ore 17.30 si terrà a Pracchia, presso l’ ex Albergo Fiornovelli in Via Nazionale n.55, un’assemblea pubblica per la presentazione del Piano paesaggistico regionale per la parte riguardante la Montagna Pistoiese. Sarà presente per illustrare lo stato di avanzamento del progetto l’Assessore regionale all’Urbanistica, alla pianificazione del territorio e al paesaggio, Anna Marson.
Il Piano paesaggistico è uno strumento interessante perché può concretizzare una serie di opportunità davvero importanti in merito alla tutela e alla valorizzazione del territorio.
L’incontro è prima di tutto un’occasione per dimostrare alle istituzioni regionali che la Montagna Pistoiese è ricca di risorse e di persone fortemente radicate in questi luoghi che intendono reagire all’attuale tendenza al degrado e all’abbandono.
Facciamo appello a tutti i cittadini che amano la montagna e a tutte le associazioni della zona a partecipare numerosi a questo incontro.

Samuele Pesce
Legambiente Pistoia

Lettera Associazioni tour 2 Pracchia e Cortona

Le vie di comunicazione per lo sviluppo della montagna

Segnaliamo con piacere questa interessante iniziativa che vedrà la presentazione del volume “Campo Tizzoro. Antologia dei cento anni. Dalle origini ad oggi”, curato dall’architetto e fotografo Roberto Prioreschi.

Vi aspettiamo numerosi oggi alle 17.00 presso l’Auditorium Terzani della Biblioteca San Giorgio, è previsto anche l’intervento del nostro socio e membro del direttivo Samuele Pesce, referente di Legambiente per la montagna.

Ospite speciale Francesco Guccini!

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Lettera di una pendolare

Buongiorno,
mi chiamo Valentina Lenzi, ho 23 e vivo a Gaggio Montano, un piccolo paese in provincia di Bologna situato nell’Appennino Tosco-Emiliano.
Ho avuto occasione di conoscerLa già 3 anni fa’ ad un incontro a Pracchia riguardo la chiusura della ferrovia Porrettana per poi rincontrarla al Convegno “Mordi la mela della salute:H4 lavori in corso” tenutosi a Montecatini lo scorso 24 gennaio.
Sono ormai trascorsi 4 anni e mezzo da quando decisi di iscriversi all’Università degli Studi di Firenze per frequentare il CdL di Infermieristica a Pistoia.
Di certo non fu una scelta così scontata abitando in provincia di Bologna e in una zona un po’ isolata, ma alla fine ha prevalso la scelta “toscana” essendo tutto sommato più vicina (Pistoia dista da Gaggio 40 km a differenza di Bologna 65km). Poi, a quel tempo, da Porretta partiva un treno per Pistoia a tutte le ore (o quasi) e questo rendeva più facile la mia vita da pendolare, comunque intensa considerato il percorso di studi (frequenza obbilgatoria, tirocinio ecc.) e la stagione invernale (quando si mette a nevicare diventa difficile partire di casa alle 5.30 del mattino per essere in tirocinio alle 7!).
A studi terminati posso comunque dire che, se tornassi indietro, lo rifarei!
Certo, le cose stavano diversamente: come già detto c’erano 24 treni e non 12 come ora, il primo partiva alle 5.40 da Porretta ed era con quello che riuscivo ad essere in ospedale per le 7.

La mia vita da studentessa è stato parecchio “travagliata”:
-il primo anno non fu facile perchè il corso si svolgeva ancora alle Sbertoli e, ci tengo a ricordarlo, non erano raggiungibili in autobus, sicchè bisognava organizzarsi con qualcuno per un passaggio in macchina (alla fine l’unione fa sempre la forza!).
-il trasferimento della sede presso l’Uniser semplificò la mia vita da studentessa, alla fine dovevo solo attraversare il passaggio pedonale della stazione ed ero in università! Ma, come tutte le cose belle, anche questa è durata davvero poco: dopo il provvedimento della regione di DIMEZZARE i treni della Porrettana, ho dovuto riorganizzare la mia quotidianità per ben 3 volte visto che questo “peggioramento” del servizio è stato studiato in modo così repentito da convincere la gente che “alla fine non cambia nulla”… E così da 24 treni siamo prima passati a 12 treni e 12 bus, poi a 12 treni e 10 bus ed infine 12 treni con orari “rivisitati” e 8 bus con servizio Copit integrato.
Morale della favola: ho girato gl ultimi 6 mesi in macchina avendo in tasca un abbonamento Trenitalia di cui non potevo usufruire causa “forze maggiori”.
Laureata, mi giunge voce che pare prossima la chiusura della sede universitaria di Pistoia e al Convegno imparo anche che si vuole chiudere il 118 di Pistoia.
Ora, della Porrettana si dà la colpa alla “scarsa utenza” che accede al servizio, alla chiusura dell’ università “no money”… e per il 118?
Che tra l’altro, voglio ricordare, è il secondo in Italia per la tempestività e la buona riuscita degli interventi attivati su arresti cardiaci (e questo non l’ho detto io, bensì Fabio Pronti, direttore del 118 di Pt e mio professore).
I cittadini pagano le tasse per avere dei SERVIZI.
Si possono (Porrettana prima, Università e 118 dopo) chiamare “SERVIZI”?
Sono amareggiata, e molto anche, per questa situazione che ormai di protae da tempo.
E la colpa è, prima di tutto, di noi italiani che viviamo una situazione di rassegnazione totale, vivendo giorno dopo giorno con la filosofia che “bisogna accontentarsi, di grazia che il treno passa ancora, che all’Uniser c’è ancora la corrente elettrica e che in ospedale c’è ancora chi ci cura anche se senza siringhe”, invece di PRETENDERE ed ESIGERE di più, perchè ci spetta.
Poi è colpa anche delle istituzioni che si dimenticano facilmente che prima di essere “uomini politici” sono anche loro “cittadini”, come me e come Lei.
Non riesco e NON VOGLIO rassegnarmi all’idea di dover dire ai miei figli (se mai ne avrò) passando un giorno da Pistoia “ecco vedi, qui a sinistra c’era l’Università dove sono diventata infermiera e a destra arrivava il mio piccolo, ma sempre bel trenino che tutte le mattine prendevo per venire a studiare”.


Valentina Lenzi

Presidio di domenica 16 Dicembre contro la chiusura degli uffici postali in montagna

20121216_09583420121216_09591520121216_09544320121216_09525920121216_09522720121216_095207Una delegazione di Legambiente Pistoia ha partecipato assieme ad un centinaio di cittadini provenienti da tutti i paese della montagna al presidio organizzato dal Comune di Sambuca Pistoiese contro la chiusura degli uffici postali.
E il momento di prendere atto che siamo di fronte ad un vero e proprio attacco ai servizi essenziali che suona come una vera e propria condanna a morte per tutto il territorio della Montagna Pistoiese.
Per questo non è più rimandabile che tutte le istituzioni e le associazioni sul territorio, uscendo dalla logica di vedere il oro interesse particolare, ma nell’interesse comune si uniscono in una lotta pacifica ma ferma e determinata per la definizione e il mantenimento di un livello minimo di servizi che permettano la permanenza delle popolazioni sul territorio.
Servizi quali:

  • l’ambulatorio medico;
  • l’ufficio postale per pagare le bollette e ritirare le pensioni;
  • il negozio di alimentari e giornali;
  • un servizio dignitoso e fruibile di trasporto verso la città per lavoro, per studio e per curarsi.

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