C’ERA UNA VOLTA UN’ ANGUILLA

Il nome anguilla vuol dire piccola serpe come testimonia la sua origine latina (“anguis” = serpe). Le anguille sono pesci talassotochi, ovverosia animali che depongono le uova in mare ma vivono nelle acque dolci fino al raggiungimento  della maturità sessuale  dopodiché tornano  nelle acque marine per la riproduzione. Come tutti gli anguilliformi hanno sangue velenoso per la presenza  di ittiotossine; tale tossicità si perde però durante la cottura e ad opera dei succhi gastrici  del tubo digerente dell’uomo. E’ un pesce dal corpo cilindrico  allungato che ricorda quello del serpente  da cui differisce, tra l’altro, per la compressione laterale della sua porzione caudale. Questa forma, unita al grandissimo numero di vertebre (oltre 200)  permettono all’animale sia un agile movimento nell’acqua che una buona mobilità sulla terra ferma. E’ conosciuta fin dall’antichità per la prelibatezza delle sue carni  nonostante risultasse misterioso, ai naturalisti e ai pescatori di allora, il tipo di vita, il comportamento e soprattutto la riproduzione di questa bizzarra specie i cui enigmi, dopo oltre 2500 anni dall’epoca accennata non possono dirsi del tutto svelati. Le anguille costarono il Purgatorio dantesco a papa Martino IV che di questi pesci era estremamente ghiotto.

« ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia
dal Torso fu, e purga per digiuno
le anguille di Bolsena e la vernaccia »
(DantePurgatorio, Canto XXIV)

Aristotele (384-322 a.C.) ipotizzava che fossero dei vermi a dare alla luce le anguille e che detti vermi venissero a loro volta generati spontaneamente dal fango. Fino dal principio del secolo scorso, le giovani larve, assai dissimili dagli adulti, venivano classificate in un genere zoologico diverso e chiamate Leptocephalus. Furono G.B. Grassi e S. Calandruccio che scoprirono la vera natura delle larve. Solamente nel 1922 fu scoperta la località prescelta dalle anguille per la loro riproduzione ed individuata nel mar dei Sargassi.  Fu osservato infatti, dall’ittiologo danese Johannes Schmidt, che le dimensioni delle larve d’anguilla catturate  si facevano sempre più piccole via via che gli studi e le ricerche  venivano spostate verso sud ovest. Le femmine possono raggiungere la lunghezza di un metro e mezzo e i sei chili di peso (i famosi capitoni che allevati dall’uomo possono vivere anche fino a 50 anni), i maschi hanno dimensioni decisamente meno imponenti. Questo pesce è munito di una lunga pinna che, partendo poco dopo la testa, lungo il dorso dell’animale, gira attorno alla coda proseguendo per un certo tratto lungo la parte ventrale del corpo. Oltre a questa, le anguille presentano due pinne pettorali dinanzi alle quali si schiudono le aperture branchiali assai anguste e quindi tali da poter trattenere all’interno l’acqua per molto tempo permettendo a questi pesci di rimanere a lungo fuori dall’ambiente liquido senza difficoltà. E’ essenziale  infatti per la respirazione di tutti i pesci, salvo rare eccezioni, poter assorbire, non l’ossigeno dell’aria bensì quello disciolto nell’acqua attraverso l’opera delle branchie che devono, per questo essere tenute costantemente bagnate. La pelle dell’anguilla è spessa e ricca di ghiandole secernenti un muco viscido che riveste l’animale consentendogli di insinuarsi praticamente ovunque anche in ristrette fessure e, talvolta, di scappare dalle mani dei pescatori. Le anguille depongono le loro uova in una zona particolare dell’Oceano Atlantico, nel Mar dei Sargassi, fra le isole Bermuda e le Grandi Antille, ad una profondità di 400 metri, sopra un abisso che raggiunge i 6000 metri in un ambiente caratterizzato da una temperatura costante di circa 17°C e da una elevata concentrazione salina. Qui nascono tutte le anguille d’Europa. La deposizione si verifica tra marzo e aprile, circa un anno e mezzo dopo aver intrapreso il loro viaggio dai nostri fiumi mosse da una forza tanto irresistibile quanto misteriosa. Si tratta di un percorso estremamente lungo (dai 3000 ai 6500 km a seconda del luogo di partenza) e pieno di pericoli  che questi coraggiosi animali compiono senza mai mangiare spinti dal solo desiderio di assicurare la propria discendenza e quindi conservare la specie come le leggi della  natura impongono. Una volta deposte le uova, le anguille, stremate dalla fatica e dal digiuno, muoiono e, mentre le miriadi di uova risalgono alla superficie, esse discendono nella profonda fossa sottostante fornendo alimento ai pesci abissali. Le larve, che nascono dopo qualche giorno, sono piccole, lunghe 7 mm circa, trasparenti come il vetro e con la bocca armata di denti sebbene l’assunzione del cibo avvenga, a questo stadio, solo per assorbimento cutaneo. Esse galleggiano passivamente lasciandosi trasportare dalla Corrente del Golfo, nutrendosi di plancton  e accrescendo il loro corpo che, lentamente, passa dalla primitiva forma piatta simile ad una fogliolina di salice a quella cilindrica riducendo anche la propria lunghezza. Al termine della prima estate hanno raggiunto i 2,5 cm, mentre l’estate successiva, quando si trovano ancora in mezzo all’Atlantico la loro lunghezza passa ai 5-6 cm. La terza stagione estiva le coglie ormai prossime alle isole Azzorre ed è a questo punto che le piccole anguille vengono chiamate “ceche”, sebbene siano dotate di occhi pienamente in grado di funzionare e capaci di nuotare attivamente. Sono passati, così tre anni della loro vita e la loro dimensione si aggira attorno ai 7-9 cm. Bisognose di acque più ricche di ossigeno rimontano caparbiamente fiumi , ruscelli e torrenti nutrendosi di larve di insetti, piccoli anellidi e gasteropodi, risalendo con notevoli sforzi e altrettanta decisione, la corrente. Si spostano di solito durante la notte mentre, di giorno se ne stanno immerse e al sicuro nel fango del fondo. Durante l’inverno cessano ogni attività  rimanendo celate nella melma, dove la temperatura è più alta (a causa dei processi di decomposizione del materiale organico) in una specie di letargo nell’attesa della buona stagione. Benché assai voraci, non si accrescono rapidamente   e raggiungono la piena maturità in età diverse le femmine dai maschi che raggiungono al massimo il mezzo metro e i 140-170 grammi di peso. I maschi divengono adulti dopo 6 o 7 anni, le femmine impiegano, per compiere lo stesso processo, dai 10 ai 15 anni. Col passare del tempo e l’aumentare delle dimensioni, le anguille cominciano a nutrirsi con qualunque cosa trovino di vivo o di morto, crostacei, vermi, uova di pesci, ranocchi e persino topi non di rado avventurandosi fuori dall’acqua favorite dall’oscurità e dalla guazza della notte che le mantiene umide e ne favorisce gli spostamenti. E’ dopo questo notevole periodo della loro vita, che le ha condotte attraverso graduali trasformazioni all’aspetto per noi consueto della forma del corpo e della sua pigmentazione in base alla quale vengono chiamate “anguille argentine”, che nella tarda estate e in autunno, durante le notti di luna nuova abbandonano i fossi e gli stagni, ove fino ad allora avevano vissuto e, rispondendo al comando inesorabile della natura, si mettono in viaggio superando ostacoli e difficoltà, percorrendo tratti di terra ferma, sempre di notte, sui prati umidi di rugiada, fino al corso principale dei fiumi e da lì fino al mare aperto. Durante questo viaggio si sviluppano gli organi della riproduzione a spese delle riserve di grasso accumulate in precedenza. Molte cadono vittime dei predatori e dell’uomo ma il loro numero è ancora elevatissimo quando si tuffano nello stesso mare dove avevano trascorso la loro infanzia, avviandosi con determinazione e tenacia verso il compimento della propria missione di vita. Le anguille che noi vediamo contorcersi e snodarsi nelle tinozze dei pescivendoli, strappate a quel ciclo che si compie fin dalla notte dei tempi hanno tutte una storia che ricorda la fiaba quella appunto che inizia col “c’era una volta un’anguilla”.

Paolo Nesti

Piano faunistico venatorio, tutte respinte le nostre proposte

In seguito dell’esame del Piano faunistico venatorio, prendiamo atto che, nella migliore tradizione della Provincia, il complesso delle proposte da noi articolate e fatte pervenire agli uffici nel mese di dicembre, almeno per quel che riguarda gli istituti faunistici, è stato del tutto respinto. Prendiamo atto al tempo stesso che le modifiche apportate agli istituti esistenti (e i nuovi istituti previsti) rispondono in gran parte a dichiarate richieste del mondo venatorio.

Entrando nello specifico rileviamo che fra i principali obiettivi del nuovo Pfv provinciale non figura alcuna misura volta alla tutela della fauna migratoria, né di particolari emergenze faunistiche presenti sul territorio provinciale.

La collocazione degli istituti non direttamente finalizzati alla produzione di selvaggina e/o all’attività venatoria (Zrc e Afv) è ispirata al solo criterio quantitativo di raggiungere la quota minima di Saf in divieto di caccia imposta dalla legge, sottraendo all’attività venatoria le aree di minore interesse faunistico. E’ esemplificativo in questo senso notare come quasi 2000 ettari dei 3407 inseriti in Zone di Protezione della fauna migratoria siano collocate in aree di pianura , densamente urbanizzate e caratterizzate essenzialmente da produzioni vivaistiche (dove in ogni caso la caccia non potrebbe svolgersi). Questo criterio è assolutamente in contrasto con la legge 157/92, che attribuisce elevata importanza all’istituzione di aree di protezione lungo le rotte di migrazione dell’avifauna, al punto da riportare questo provvedimento addirittura all’art. 1 (comma 5), anche nel rispetto di accordi internazionali (direttive 79/409/Cee, 85/411/Cee e 91/244/Cee) siglati dal nostro Paese. In questo senso le nostre osservazioni, con particolare riferimento alle superfici sulle quali si richiedeva l’istituzione di istituti di protezione (Le Pracchie, Padule di Fucecchio, Pian del Conte, Colle di Monsummano, Querciola di Quarrata) avevano il senso di contribuire ad un recupero di legittimità sostanziale e non solo formale del piano, nell’interesse pubblico e senza che alcuna categoria risultasse significativamente penalizzata. Va detto peraltro che anche su parte delle aree in divieto di caccia collocate in aree di interesse faunistico (ad esempio Val di Luce e varie porzioni di Demanio regionale), manca la regolare tabellazione dei confini e pertanto, di fatto, l’attività venatoria risulta consentita.

La superficie delle aree protette in base alla L.N 394/91 assomma in provincia di Pistoia a 209 ettari, uno 0,02 % della SAF provinciale. Si tratta probabilmente del dato più modesto a livello nazionale (si consideri che in Toscana la superficie protetta è di circa il 9% dell’intero territorio regionale). Ciò a fronte della presenza nel territorio provinciale pistoiese di varie aree di elevato interesse botanico e faunistico.

E’ prevista una non meglio definita revisione del confini dell’Oasi di protezione Bosco di Chiusi – Brugnana – Paduletta di Ramone. Ci auguriamo che essa derivi dall’ampliamento della riserva naturale del Padule di Fucecchio, così come prescritto dalla Regione Toscana. Restiamo in attesa di ulteriori specifiche in merito a questo aspetto.

Legambiente (Circoli di Pistoia e Valdinievole)

WWF Italia – Comitato di Pistoia

Lettera ai sindaci per chiedere il divieto dei botti di fine anno

Ai Sindaci dei Comuni della Provincia di Pistoia
E, p.c.,
Al Prefetto di Pistoia
Al Questore di Pistoia
Oggetto: richiesta di ordinanza di divieto dei botti di fine anno.
Ai Sindaci dei Comuni della Provincia di PistoiaE, p.c., Al Prefetto di PistoiaAl Questore di Pistoia
Oggetto: richiesta di ordinanza di divieto dei botti di fine anno.
Gentile Signor Sindaco, i petardi, i fuochi d’artificio e i colpi d’arma da fuoco impiegati nei festeggiamenti di fine anno, oltre a costituire un grave rischio per l’incolumità dei cittadini sono causa di morte, ferimenti e traumi per migliaia di animali domestici e selvatici.
Se è a tutti noto infatti il consueto bollettino di guerra della notte di San Silvestro, con migliaia di persone che affollano i pronto soccorso di tutta Italia, riportando lesioni anche gravi e talvolta letali, meno conosciuto è il fatto che un così elevato numero di potenti detonazioni, e l’odore acre che esse sviluppano, ha effetti devastanti sugli animali domestici e selvatici. Gli animali hanno alcuni sensi (come l’udito e l’olfatto) molto più sviluppati dei nostri: le detonazioni e gli odori provocano angoscia, terrore, ferimenti e traumi di ogni genere e spesso la morte. Ad esserne vittima sono sia gli animali domestici, che possono essere afflitti da stati di angoscia anche a partire da alcune settimane prima del 31 dicembre (cioè quando iniziano le prime esplosioni), sia gli animali selvatici, con particolare riferimento a mammiferi e uccelli. Inoltre gli effetti della paura e del disorientamento degli animali sono indirettamente causa di numerosi incidenti stradali causati da cani, gatti e animali selvatici, che si verificano in questo periodo dell’anno.
Purtroppo questo fenomeno ha conosciuto da alcuni decenni una forte crescita, alimentato anche da un grande mercato illegale, che, prosperando sullo sfruttamento (e l’esposizione a rischi elevatissimi) di lavoratori privi di ogni tutela, può permettersi di immettere in circolazione a basso costo tonnellate di manufatti esplosivi, spesso non conformi agli standard di sicurezza previsti dalla normativa. Oltre alla sofferenza causata alla persone (ed agli animali) e le conseguenze permanenti di menomazioni agli arti, alla vista ed all’udito, occorre anche considerare i costi economici ai quali, per futili motivi, si espone il servizio sanitario pubblico. Per questo riteniamo urgente un provvedimento legislativo di carattere nazionale.
Purtroppo anche in quei comuni dove negli anni scorsi sono state emesse ordinanze di divieto, spesso tali provvedimenti sono stati trasgrediti, senza che vi sia stata un’azione efficace di contrasto da parte delle autorità preposte al controllo.
Pur consapevoli del fatto che questa problematica debba essere affrontata anche a mezzo di campagne informative e di sensibilizzazione dei cittadini (rispetto alle quali noi siamo disponibili a offrire la nostra collaborazione), le chiediamo di:
  • provvedere ad emettere con la massima tempestività una ordinanza che vieti su tutto il territorio del Suo Comune l’uso di petardi e di fuochi d’artificio (e altri preparati pirotecnici) che causano detonazioni o altri suoni di forte intensità nel periodo che precede e segue gli ultimi giorni dell’anno, compresi i colpi di arma da fuoco che vengono di consueto esplosi durante la notte di San Silvestro;
  • provvedere a organizzare mediante l’impiego del personale di polizia municipale e il coinvolgimento di altre autorità di controllo (Polizia Provinciale, Corpo Forestale, Carabinieri, Guardia di Finanza) un’attività adeguatamente pianificata di prevenzione (anche mediante controlli accurati del materiale in commercio) e di sorveglianza del rispetto dell’ordinanza, sia nei centri abitati che nelle campagne;
  • provvedere ad informare la cittadinanza dell’ordinanza di cui sopra e delle motivazioni che la sottendono.
Ringraziando per la Sua attenzione, fiduciosi di un Suo interessamento, cogliamo l’occasione per augurarLe Buone Feste.
WWF – Comitato di Pistoia
Legambiente – Circoli di Pistoia e Valdinievole
Associazione Fratelli con la Coda
Pistoia, 18 dicembre 2012

Corso di pronto soccorso fauna selvatica

A partire dal 19 maggio, presso la sede del Comitato per il WWF di Pistoia Onlus e Legambiente Circolo di Pistoia – Via dei Cancellieri 30. L’iscrizione al corso è aperta a tutti i cittadini, previa domanda di iscrizione e contestuale versamento di un contributo di € 20,00.

Per il calendario degli incontri, informazioni ed iscrizioni cliccate QUI.