GIARDINI CONDIVISI: RIPRENDIAMOCI IL VERDE DELLE NOSTRE CITTA’

I giardini condivisi possono essere considerati la nuova frontiera dello spazio pubblico urbano, inteso come luogo di socialità e modo alternativo di affrontare l’annosa questione della manutenzione del verde urbano.

La pratica dei giardini condivisi nasce negli Stati Uniti, nell’est village newyorkese i cui abitanti sono riusciti a salvare alcuni spazi incolti dall’edificazione di saturazione promettendo all’amministrazione l’assoluta autogestione degli stessi. Nella sola New York si contano oggi circa 640 community gardens.

I community gardens sono aree verdi, per lo più di proprietà pubblica, che a differenza dei giardini pubblici tradizionali vedono coinvolti i cittadini nella progettazione e/o gestione degli stessi con lo scopo comune di rendere migliore e più vivibile il proprio quartiere. Se il punto di partenza è normalmente la reazione ad un elemento di criticità presente nel quartiere che spinge i residenti ad unirsi per impedire il degrado, salvaguardare il terreno dall’edificazione, ecc al tempo stesso questi luoghi danno l’opportunità di tessere nuovi legami tra i cittadini di un quartiere urbano offrendo loro un luogo aperto a tutti, sede di attività diverse che favoriscono l’incontro e l’interazione sociale trasformando il giardino stesso nel nuovo fulcro di una comunità.

I giardini condivisi sono ormai oggi una pratica diffusa anche in molte città d’Europa: nella sola Parigi, a partire dal 1997, sono stati realizzati ben 68 jardins partagés, riuniti nella rete comunale del programma Charte Main Verte: una convenzione base concede alle associazioni che ne fanno richiesta un terreno per sei anni e mentre il comune provvede a portare l’acqua e fornire il terreno vegetale idoneo per la coltivazione, l’associazione garantisce l’apertura del giardino per due giornate alla settimana e l’ospitalità di una iniziativa pubblica l’anno.

In Italia i giardini condivisi sono distribuiti in diverse realtà (esempi ve ne sono a Bergamo, Segrate, Bologna e, su iniziativa del Comune stesso, a Parma) anche se sono una pratica ancora sperimentale.

Casi a parte sono quelli di Roma e Torino, città nelle quali si è sviluppata una rete urbana strutturata di giardini ed orti condivi.

A Roma zappata romana è il progetto cheindaga orti e giardini condivisi a Roma, quale azione collettiva di appropriazione dello spazio pubblico urbano e lo sviluppo di pratiche ambientali, economiche e sociali innovative”. Attraverso il sito internet del progetto (www.zappataromana.net) è possibile consultare una mappa dettagliata degli oltre 70 orti, giardini condivisi e “giardini spot” realizzati da cittadini e associazioni che in prima persona ne curano la realizzazione e/o gestione. Nel 2010 si è svolta anche la prima “Festa del giardino condiviso”.

A Torino è partito dal popolare e multietnico quartiere Barriera di Milano nella periferia nord del capoluogo piemontese il progetto giardinieri di barriera (www.barrieracentro.it/cittadini/giardini_condivisi). L’idea è quella di sfruttare i tanti terreni incolti e lotti urbani abbandonati per creare piccoli giardini, campi da gioco, orti, zone di ritrovo aperti a tutti, frutto di una creazione collettiva e concertata, in cui la partecipazione degli abitanti alla vita del giardino e alla sua gestione (cura del verde, feste, eventi culturali, ecc) è favorita e incoraggiata e concorrere ad incrementare lo sviluppo del verde in città . Sul modello della Main Verte del comune di Parigi, è stata anche redatta una Carta del giardino condiviso.

Sulla scorta di questi esempi, l’associazione OrtoXorto ha proposto all’Amministrazione Comunale di Pistoia la realizzazione di un giardino condiviso in un’area di proprietà pubblica posta nel quartiere di Chiesanuova, nella prima periferia nord della città.

Per ulteriori informazioni www.ortoxorto.it – progetti – Tocco Terra

Nicoletta Boccardi – Legambiente Pistoia

Con gli occhi dei bambini: l’Ambiente visto da Sofia

Oggi guardando fuori dal finestrino Sofia ha visto una pianta agitata dal vento ed ha esclamato: “mamma la pianta sta ballando, non vedi si agita tutta”.

Morale per la mamma: bisognerebbe ricordarsi di guardare con gli occhi di un bambino qualsiasi cosa che ci circonda con rispetto e meraviglia, anche una pianta agitata dal vento può essere qualcosa di poetico come una pianta che BALLA con il vento.

Roberta Carboni, mamma di Sofia – Legambiente Pistoia

Nel sacchetto della spesa

Con  la mamma ier mattina

Al  mercato andai perché

Per la spesa giudiziosa

Un buon metodo sempre c’è

1-    Compra sempre se sei furbo tutto in giusta quantità

2-    Stai attento che ciò che compri no non venga dal kazan

3-    Usa sempre con giudizio il sacchetto in pvc

4-    Forse è meglio quello in tela o in juta o giù di lì

5-    Compra a peso la verdura tralasciando l’impacchettatura

Alla fine della spesa,

Son sicura troverai

Lo scontrino più leggero

E rifiuti meno assai.

Sofia Bulleri, 5 anni – Legambiente Pistoia

DIFENDIAMOCI DALLE GRANDI PIOGGE

Abbiamo visto tutti quale terribile impatto abbiano avuto la fortissime precipitazioni che hanno causato l’alluvione dello Spezzino e della Lunigiana dello scorso 25 ottobre e la successiva alluvione di Genova del 4 novembre. Tanto si è discusso in proposito, anche a livello di attribuzione delle colpe.

Certo è che fondamentale risulta la prevenzione; a volte anche la semplice pulizia dei tombini e dei pozzetti fognari, vie di fuga per le acque di scolo che facilmente vengono ostruite dalle foglie morte, gioca un ruolo importante in determinati frangenti. Eppure quando cadono 540 mm di pioggia in meno di sei ore, di cui 150 mm concentrati in appena un’ora, c’è poco da fare.

Sono situazioni straordinarie nel nostro paese, ma per i mutamenti climatici pare si vada incontro anche qui ad una situazione di tipo tropicale (con alternanza di periodi di siccità a fasi “monsoniche”) in cui tali fenomeni assumeranno entità sempre più importante, quindi è d’obbligo domandarsi tutti: “Come possiamo difenderci?”.

Oltre alle inevitabili fatalità, alcune ragioni delle alluvioni sono indubbiamente riconducibili alla mancata tutela dell’ambiente che ci circonda.

Non è più solo un problema di manutenzione. Occorre monitorare l’assetto idrogeologico del nostro territorio e prendere i provvedimenti necessari, tenendo conto dell’evoluzione delle situazioni ambientali.

L’eccessiva urbanizzazione e l’abusivismo edilizio certo non aiutano e i fondi a disposizione sono sempre pochi in confronto alle problematiche di questo tipo sulle quali intervenire. Ma noi, diretti interessati, come possiamo renderci utili?

Fermo restando che gli amministratori, prima di dare concessioni edilizie e approvare piani di lottizzazione, dovrebbero fare una ricognizione della capacità di deflusso delle acque, sta al senso civico, o se non altro ad una forma di autotutela dei cittadini, tenere comportamenti atti a non creare danni ambientali. Che ognuno si assuma le proprie responsabilità!

La deviazione dei corsi d’acqua, o il tentativo di ingabbiarli tra argini troppo stretti, è stata la causa principale di molte delle alluvioni più o meno recenti.

La creazione di nuove casse d’espansione (lungo l’Ombrone e il torrente Stella) e la manutenzione delle esistenti potrebbero  essere un valido strumento di difesa.

Ma è importante anche sapere che in caso di forti precipitazioni è l’elevata velocità di scorrimento di fiumi e torrenti che può consentire di smaltire enormi quantità d’acqua; perché questo accada è però fondamentale l’assenza di ostacoli frenanti. Già cercare di ridurli pulendo il letto del fiume dai tipici tronchi e rami di albero è un primo passo importante, ma bisogna tenere conto che nella fase di piena dalle rive ne vengono asportati di nuovi.

Perché, quindi, complicare ulteriormente le cose gettando rifiuti, elettrodomestici o altri materiali in disuso nei torrenti e nei canali agricoli?

A chi non è mai capitato di vedere, anche nel nostro territorio, micro discariche lungo le sponde?
Magari non tutti sanno che esistono appositi centri di raccolta dove portare i rifiuti domestici ingombranti (per Pistoia in Via Toscana 253, presso l’Impianto Dano. Orario dal lunedì al sabato 07.00 – 09.00 e 13.00 – 18.00. Per info tel. 0573 532.664 / 532.690).

E che Publiambiente effettua su richiesta il ritiro a domicilio gratuito di tali rifiuti, previo appuntamento telefonico tramite il numero verde 800-980-800 (consultate la pagina web www.publiambiente.it/menu_sx/area_family/ritiro_ingombranti/informazioni.asp per maggiori dettagli).

Ai “furbi” trasgressori, faccio dunque presente che non solo si eviterebbero la fatica di caricarli in macchina e andare a cercare un anfratto o un canale in cui sbarazzarsene, ma soprattutto che per una trascuratezza di questo tipo rischierebbero grosso anche loro. Il possibile conseguente allagamento, infatti, non guarderebbe in faccia nessuno e la casa danneggiata potrebbe essere la propria!

Imparare a conoscere i fiumi e a rispettarli è il primo passo per creare una nuova cultura del territorio che metta insieme la sua tutela e la sicurezza delle persone.

Anche se indirettamente, possiamo inoltre renderci utili facendo uso di carta riciclata. Questo per limitare l’abbattimento di nuovi alberi, naturali strumenti di contenimento delle piogge e di prevenzione di dissesti nel terreno, frane ed alluvioni.

E altro problema da non sottovalutare è appunto quello della manutenzione della montagna (e delle aree boschive), dovuto soprattutto al progressivo abbandono della stessa.

La riduzione del “consumo del suolo” sarebbe un aiuto prezioso per diminuire il rischio idraulico,  così come la rinaturazione dei fiumi.

Basterebbe così poco, poi, ad evitare comportamenti che favoriscono l’ingrandimento del buco nell’ozono, principale causa dei cambiamenti climatici in atto.

Ci si difenderà bene dalle grandi piogge solo quando tutto il lungo fronte operativo appena accennato, pubblico e privato, sarà davvero in azione. E per la necessaria partecipazione della popolazione un’adeguata informazione è la cosa più importante.

Finora si è parlato di cause e prevenzione delle alluvioni. Se però, nonostante tutto, veniste sorpresi da un simile evento ecco qualche consiglio della protezione civile su come affrontare la situazione.

Se siete in casa:

  • salite ai piani superiori o sul tetto portando il minimo indispensabile
  • se abitate ad un piano alto, offrite ospitalità a chi abita ai piani sottostanti e viceversa se risiedete ai piani bassi, chiedete ospitalità
  • staccate l’interruttore generale dell’impianto elettrico e il gas nei locali minacciati dall’acqua
  • mettete in un luogo sicuro le sostanze inquinanti (insetticidi, pesticidi, medicinali, saponi)
  • non bevete l’acqua del rubinetto; la falda potrebbe essere stata contaminata dal fiume stesso o da altre sostanze inquinanti
  • tappate qualsiasi fessura che permetterebbe un invasione più veloce delle acque
  • non cercare di mettere in salvo l’auto; c’è pericolo di rimanere bloccati dai detriti e di essere travolti da correnti
  • evitate la confusione e mantenete la calma

Se siete all’esterno:

  • cercate riparo su una collinetta o in un luogo elevato
  • evitate di salire su alberi isolati
  • rimanete ad attendere i soccorsi dove vi siete rifugiati
  • se siete in auto, non tentate di raggiungere comunque la destinazione prevista, trovate riparo nello stabile/luogo più vicino e sicuro
  • non transitate o sostate lungo gli argini dei corsi d’acqua, sopra ponti o passerelle
  • fate attenzione ai sottopassi; si possono allagare facilmente
  • se riuscite indossate  indumenti impermeabili e possibilmente catarifrangenti
  • sarebbe utile avere del cibo energetico e una torcia
  • non cercate rifugio in ambienti che si trovano sotto il livello dell’acqua

Valentina Bravetti – Legambiente Pistoia

L’ORTO MONASTICO DI SAN BARTOLOMEO: TRA MOBILITA’, PARTECIPAZIONE, CONSUMO DI SUOLO E STORIA, QUALE FUTURO?

L’ ipotesi di un maxi parcheggio interrato a tre piani nell’area dell’antico orto monastico di San Bartolomeo rappresenta lo specchio delle contraddizioni di una società, quella pistoiese, in difficoltà a ad elaborare un’ idea di città in cui la crescita della qualità della vita sia il criterio direttore delle scelte amministrative.

Per altri versi si potrebbe addirittura riconoscere che quest’idea di parcheggio rispecchia, in piccolo,  le distorsioni e il fallimento culturale della politica e della città in generale.

La contrarietà di Legambiente alla realizzazione di questo progetto riunisce inoltre quattro ambiti su cui la nostra associazione da anni è impegnata per attivare quella riconversione ecologica della città  che conduca a  stili di vita sostenibili, ambientalmente, socialmente ed economicamente, e il conseguente benessere che ne deriva. Le questioni, tutte collegate e ugualmente importanti, sono : mobilità, partecipazione, consumo di suolo e identità storica e culturale pistoiese.

Rispetto all’identità storica e culturale pistoiese è spiacevole prendere atto del modo, abbastanza diffuso, di concepire e vivere gli spazi verdi, anche privati della città. Mi riferisco ad alcuni giardini dei palazzi storici delle famiglie pistoiesi, un tempo luogo d’elezione della nobiltà e ora, troppo spesso, trasformati, in spregio al buon gusto e alla destinazione storica, in superfici piastrellate per parcheggiare le auto. Mentre infatti in altre città è rimasto l’orgoglio di custodire inalterato il giardino storico, tanto che a primavera i proprietari li aprono con fierezza  al pubblico, da noi prevale la tendenza a cancellare i valori e i lasciti della storia per la comodità di non percorrere a piedi cento metri  o poco più. In secondo luogo, e questo è il profilo più importante, avverto l’esigenza di una riflessione generale sul riuso futuro di tutti quei complessi monastici e del verde connesso, oggi dimenticati , ma che hanno modellato il carattere saliente dell’ urbanistica pistoiese a partire dal Medioevo. Si parla infatti di cerchia mistica, intendendo  quei complessi monumentali realizzati dagli ordini monastici tra la seconda e la terza cerchia muraria, di cui i più noti sono: San Lorenzo, Santissima Annunziata e Servi di Maria, San Bartolomeo, San Domenico,  San Benedetto, San Pier Maggiore, San Francesco e San Francesco di Paola. A partire dalle soppressioni del vescovo Scipione De’ Ricci molte di queste strutture furono  alienate, trasformandosi col tempo in scuole (esempi ne sono il liceo artistico, classico e il Pacini ) o trovando altre destinazioni. Francescani e cappuccini hanno mantenuto il  loro convento, così come i domenicani e le monache benedettine e clarisse. Questi ultimi tre ordini conservano, racchiuso dal misticismo o dalla clausura, all’interno delle proprie mura, orti ameni e produttivi, che in ossequio all’ ora et labora e al modello economico-sociale ormai estinto, costituiscono una fonte di beni primari, spesso tipici e di qualità. Non sembra quindi, alla luce di questa brevissima premessa, immotivata l’idea di recuperare chiostri e antichi orti dismessi a spazi pubblici e attività ortiva per garantire beni primari, a km zero  e biologici. Gli orti monastici di allora in orti sociali e biologici di oggi, all’insegna dell’integrazione sociale e della sicurezza alimentare (altro settore d’impegno per Legambiente). E questo aspetto richiama appunto la partecipazione, di cittadini e associazioni, che deve concretizzarsi in fase di elaborazione e proposta, in sinergia con enti che hanno disponibilità di finanziamenti per creare valore sul territorio, come la Fondazione Cassa di Risparmio, gli Istituti Raggruppati o le banche di credito cooperativo. Che per l’appunto hanno per statuto anche finalità sociali. La partecipazione quindi, non essendo l’italiano un’ opinione, non consiste nella comunicazione di una scelta già compiuta e di un progetto definitivo come l’ha invece interpretata l’amministrazione comunale di Pistoia, spacciandola come “processo partecipativo”.

Il consumo di suolo, fonte di vita e  risorsa sempre più limitata e non rinnovabile, si lega intimamente alla salvaguardia dell’antico orto monastico di San Bartolomeo: si è costituito recentemente il movimento nazionale “stop al consumo di territorio “ che propone il censimento di tutte le strutture vuote e dismesse, da destinare alle esigenze abitative e produttive. In molte parti d’Italia questo profilo, riconvertire cioè aree e strutture abbandonate, è diventato per necessità il principale obiettivo delle istituzioni, ed è più che maturo il tempo per cui  anche  il centro storico di Pistoia si orienti in questa direzione. Non ha senso infatti cancellare lo spazio di terra vergine più esteso all’interno della seconda cerchia muraria per realizzare un faraonico, per Pistoia, attrattore di traffico. Non ha senso alla luce dei piani di mobilità di tutte le città europee ed italiane, dove il vero progresso non è avere più parcheggi ma poterne fare a meno. Nella nostra città devono essere riprogettata da zero la mobilità e la sosta, e non si può certo partire dalla fase finale, quella dell’individuazione dei parcheggi per auto quando manca tutto il resto. Serve dare priorità al bike sharing (bicicletta condivisa) e alle combinazioni di trasporto pubblico per creare servizi e qualità della vita. A Londra il grattacielo più alto d’Europa (66 piani), il Tower Bridge progettato da Renzo Piano, che prevede solo cinquanta posti per auto riservati a portatori di handicap, alla consegna delle merci e ai taxi, testimonia che anche la città compatta di Pistoia può attuare scelte coraggiose, sempre garantendo le reali esigenze di mobilità di tutti, con un occhio di riguardo per disabili e categorie deboli.

E’ naturale infatti pensare ad adeguati parcheggi scambiatori immediatamente esterni alle mura e ad una città murata (all’interno delle mura cioè) come spazio di relazione e identità per l’uomo. Mi rendo conto che questa  può apparire come una deriva talebana o utopica, ma se penso che la piazza di San Lorenzo è un enorme parcheggio a cielo aperto e che quando noi pistoiesi andiamo in viaggio a Berlino, Madrid e Amsterdam ci pare naturale usare il mezzo pubblico o camminare dieci minuti. Le pedonalizzazioni hanno spesso creato fobie, ma col tempo, come a Milano, anche i più accaniti contestatori ne han riconosciuto la necessità e se poi si riflette sulla reale situazione pistoiese appare tutto meno problematico. Infatti tra meno di un anno, trasferito l’ospedale al campo di volo, saranno disponibili alla città quasi 400 posti auto, con entrata da viale Matteotti e uscita per i pedoni in piazza del Carmine o in piazza San Lorenzo (previa sistemazione di un adeguato passaggio pedonale attraverso via del Soccorso); ulteriore occasione viene offerta dall’area Pupilli, tra via Malpighi e via del Bottaccio, dove gli strumenti urbanistici prevedono appunto la possibilità di un parcheggio e dove attualmente si trova un’attività incongrua, segnalata anche dall’Arpat, con la funzione residenziale del quartiere : una vera e propria zona da riqualificare! Dunque per tutti questi aspetti, mobilità,consumo di suolo, partecipazione, come per molte altre questioni generali, il problema non sta nelle cose ma nel sistema delle persone, e credo che  uno salto di qualità che porti a  progetti lungimiranti non sia ormai più rinviabile.

Lorenzo Cristofani – Legambiente Pistoia

SCEMPIO O VANDALISMO?

“Perché? Ma perché questo scempio?” si chiedono sgomenti e irati gli abitanti del posto alla vista di una ventina di ceppaie a cui sono stati ridotti altrettanti alberi adulti di ontano bianco situati per la maggior parte sulla riva destra del torrente Vincio di Brandeglio  nel tratto compreso fra la briglia dei Balli e la briglia Bergamo. Infatti risulta inspiegabile il taglio totale, o meglio, la distruzione di quegli alberi che sorgevano proprio a metà dell’argine destro, a protezione dell’argine medesimo e complemento necessario e indispensabile in quel punto del torrente. Sì perché in quel punto l’argine ha mutato forma dall’alluvione del 2002. Mentre prima andava dolcemente in pendenza verso il pelo dell’acqua con lieve profondità, ora invece è profondo e scosceso. Infatti dopo l’alluvione che distrusse i ponticini dei privati, che permettevano loro l’accesso agli oliveti e agli orti ubicati sull’altra sponda, e che distrusse anche la vecchia briglia Bergamo (e niente altro), il torrente fu abbandonato a se stesso, nessuno fece lavori di ripristino dell’esistente fino a un anno fa.

Negli otto anni di abbandono il torrente ha creato quello che non aveva causato l’alluvione: ha scavato un alveo profondo alcuni metri, praticamente l’inizio di un canyon, erodendo gli argini con la forza della corrente e con le piene stagionali. E benché l’anno scorso sia stata ricostruita la briglia Bergamo situata a valle rispetto alla consorella Balli, essa ha scarsa efficacia a contenere l’erosione perché è bassa quanto il letto del ruscello invece che quanto le rive. In questa situazione la funzione degli alberi  sugli argini compresi fra le due briglie è non solo importante, ma fondamentale e insostituibile, anzi ne andrebbero piantati molti di più.

Invece ecco che circa un mese fa  persone dotate di mezzi meccanici adeguati hanno segato circa una ventina di quegli ontani, molti dei quali sono visibili dalle ceppaie rimaste a testimonianza.

Ci domandiamo tutti chi è stato e soprattutto per quale motivo hanno agito così sconsideratamente e senza preavvisare gli abitanti del posto le cui proprietà confinano con il torrente, poiché è stato stravolto anche il vecchio sentierino sulla riva destra ora spianato da ruspe e camion che hanno distrutto anche parti di proprietà privata e hanno lasciato un vecchio pozzo di scolo profondo più di 4 metri parzialmente scoperto e quindi assai pericoloso.

Anna Biancalani – Legambiente Pistoia

GIRO GIROTONDO… paesaggio, agricoltura, alimentazione, ambiente…

SPACE FARMING …….

 “…. Forse un giorno pianteremo olivi su Marte ……. e magari coltiveremo patate sulla  Luna…”

 

… TUTTI GIU’ PER TERRA.

Sarà l’effetto freddo, neve, ghiaccio, ma oggi guardando dalla finestra di casa il mio oliveto imbiancato, così fiero e determinato nel suo sfidare le avversità del tempo,non ho potuto fare a meno di sorridere ripensando ad un articolo che avevo letto lo scorso mese: “Gli agricoltori del futuro coltiveranno nello spazio.”

Non si tratta di fantascienza, è l’agricoltura extraterrestre, la “ Space Farming”, e l’articolo riguardava una giornata di studi organizzata dall’Accademia dei Georgofili .

Da diversi anni gli scienziati studiano le possibilità di coltivare nelle stazioni spaziali in orbita per creare riserve di cibo e aria,mantenere un’atmosfera respirabile per gli astronauti ed offrire risorse nutrizionali con attività nutraceutica, anche in prospettiva di futuri insediamenti su corpi celesti come Luna e Marte .

Sono ricerche che abbracciano vasti settori come la coltivazione in ambienti estremi, la siccità, la gestione dei rifiuti, lo smaltimento dei reflui attraverso i vegetali, la riduzione dell’effetto radiazioni elettromagnetiche, elementi tossici…tutti studi dalle possibili ricadute pratiche. I risultati degli esperimenti saranno spunto per la realizzazione di tecnologie innovative e applicazioni  “a terra”nel campo agroalimentare ,ambientale e nella radiobiologia per la salute pubblica. Questo sostengono i ricercatori dei vari atenei italiani e gli esperti dell’ESA ( European Space Agency ).

Si guarda allo spazio, ma si pensa alla Terra…e la relazione di chiusura della giornata riguardava “la gestione sostenibile del verde nelle città del futuro”!!!

Ritornando all’oliveto innevato ed al profumo di una gustosa fetta di pane e olio, ho pensato alle campagne ed alle nostre splendide colline e mi sono chiesta:

-Come saranno nello spazio? Cosa succederà a questo territorio in un futuro neanche troppo lontano? E l’olio avrà gli stessi sentori?…

A questo punto non ho potuto fare a meno di ripetermi le parole di Emilia Hazelip mentre introduceva al significato dell’orto sinergico: “…l’umanità non è in grado di nutrirsi senza ricorrere alla produzione agricola, non possiamo pensare di abbandonare il coltivare la terra, ma ciò che possiamo e dobbiamo fare è rendere questa attività sostenibile per il Pianeta”… e questa improvvisa ed anomala ondata di gelo è un ulteriore messaggio di avvertimento,ma anche di possibilità e di speranza e  me l’ha suggerito quella pianta di olivo,con la sua palese voglia di rinascere e di riprendere il proprio ruolo nell’ecosistema, un ruolo millenario che l’ha vista sempre a fianco di ogni uomo e che trova nel paesaggio e nelle tradizioni alimentari il suo riscontro culturale e storico.

E’fondamentale il cammino della scienza e della tecnica ,come è indispensabile guardare oltre,ma non ci dobbiamo scordare che la cura del territorio nasce dalla cura del territorio stesso, preservando saperi,attività,biodiversità e sapori.

L’invito va accolto, è l’invito a ritrovare un contatto fisico e diretto con la Terra, a riprendere fiducia nell’esserci e nel farci sentire attraverso idee condivise e azioni concrete. Parliamo dunque a voce alta di ambiente, paesaggio, agricoltura, alimentazione, di vero olio da olive , voliamo nello spazio pensando al futuro ma guardiamo con occhi di bambino e, come dice alla fine il girotondo, diamoci la mano e “TUTTI GIU’ PER TERRA”.

Daniela Vannelli – Legambiente Pistoia